Mentre vagavo alla ricerca di spunti per mettere a fuoco la prima edizione del premio dedicata a quello che posso considerare uno dei miei grandi Maestri di giornalismo, altri due sono presenti in sala, perché anche se all’epoca Indro Montanelli, Giorgio Bocca, Alberto Ronchey erano icone che spuntavano da un panorama della comunicazione meno convulso e intricato di quello attuale, mi sono permesso di cercare di individuare un filo conduttore: il bandolo della matassa. Quale? La vis, la forza che spingeva Isi Benini a farsi paladino inguaribile di un percorso che avrebbe accompagnato l’economia del Friuli Venezia Giulia, il vigneto Friuli e il vigneto regione, verso la crescita e lo sviluppo dopo il dramma del terremoto del 1976. Così, scavando nella memoria, ripercorrendo il periodo nel quale ho lavorato con e per Isi Benini, mi sono venuti in mente i frammenti di un puzzle articolato che componeva la sua storia.

Una storia partita da un altro dramma: quello della guerra. Benini, com’era accaduto a mio padre anche se perché semplicemente un diciottenne spedito dall’esercito italiano a separare i contendenti in Albania poi ritrovatori dopo l’8 settembre in un campo di concentramento a Essen, nel bacino industriale della Rhur, ha trascorso più d’uno anno, giovanissimo, tra le baracche del lagher.

A lottare per sopravvivere al nemico che lo aveva fatto prigioniero, e a una condizione oltre i limiti della sopportazione umana. Leggendo gli scritti che mi ha lasciato, che si riflettono in quelli di Benini, e che potrebbero essere stati scritti da altri prigionieri di guerra, oggi come allora, avevo già cercato di capire che cosa aveva consentito loro di sopravvivere. Certo, l’abitudine a una società ben diversa dalla nostra, nella quale nulla era scontato e ci si doveva guadagnare un po’ tutto. Ma scavando ancora nella memoria, vedevo accendersi nei suoi occhi una luce più serena, quasi un’oasi nei racconti di quel periodo terribile.

Che si accendeva quando ricordava i suoi compagni di sventura. Alcuni, con i quali si è poi potuto re incontrare in tempo di pace, altri che sono rimasti nel lagher. A volte scomparsi perché si sono trovati in un punto ‘sbagliato‘ della baracca o del campo: una sola frazione di secondo di differenza, qualche metro di distanza, e sarebbero sopravvissuti. Ma che cosa teneva uniti e manteneva in vita ragazzi lasciati allo sbando alla mercé di un alleato divenuto improvvisamente nemico?

La grande forza della identità. Per il semplice fatto di dover condividere momenti che avrebbero potuto essere sempre gli ultimi, istante dopo istante, non potevano fare altro che farsi forza, darsi manforte attingendo ai ricordi. A quelli personali. Alla memoria dei luoghi dov’erano cresciuti e diventati adulti, pronti per essere spediti al fronte. Memoria, che ha una sola declinazione: identità.

È l’identità che li ha tenuti uniti. Che ne ha fatto un gruppo in grado di sopravvivere a tanti stenti. Una identità della quale Isi Benini ha poi fatto bandiera per costruire un percorso che non aveva altro scopo se non quello di preservarla, esaltandone gli aspetti più trascurati, ma essenziali.

Una identità che ha individuato nel suo Friuli e che lo ha spinto a battersi per far affermare una realtà che rischiava, già dagli anni ’80 e ’90, di essere cancellata. E con essa la storia di una terra, che era anche la sua e la nostra storia. Tutte le sue iniziative, dal rafforzamento della redazione Rai di Udine, alla nascita del Ducato dei vini friulani, alla creazione assieme a Claudio Cojutti della rubrica La vita nei campi, che esaltava i valori della civiltà contadina, alla Rivista Il Vino, erano improntate alla valorizzazione della identità. Alla riscoperta e rilancio di quel territorio che ha sempre amato, e che non finiva mai di raccontare con un entusiasmo da definire quasi fanciullesco. Se non fosse per le grandi responsabilità che doveva addossarsi nel suo lavoro quotidiano. Un racconto, che come l’ha giustamente definito Licio Damiani, spesso si confondeva in un’ode, un canto alla sua terra. Il racconto di un Cantore del Friuli.

Carlo Morandini