Anche dalle terre del vino più antico l’appello al settore primario per l’unità del comparto.

Le terre di Aquileia sono un elemento cardine della Riviera Friulana. È dall’antica città romana che è partita la colonizzazione del territorio rivierasco, e non solo, con le lavorazioni agricole più qualificate. Qui si produceva il vino per la Capitale e diverse zone dell’Impero romano. Tanto che il sedime della via Annia, la strada quasi bimillenaria che andava da Aquileia verso Roma, è stata consolidata già dai romani con i frammenti delle anfore vinarie non più utilizzate. Negli ultimi decenni, forte dell’antica storia e tradizione, l’Aquileiese è cresciuto a livello agroalimentare ed enogastronomico, e si è sviluppata anche l’ospitalità agrituristica. Ho seguito e condotto per anni iniziative come ‘A tavola con gli antichi romani’, che rileggendo gli scritti di Apicio, il primo cronista gastronomico della storia, e le sue ricette, coniugava la storia con la cultura del territorio, assieme all’offerta enogastronomica dell’area.

Il riconoscimento di Aquileia tra le città patrimonio dell’umanità, grazie all’UNESCO, ha fatto compiere all’intera realtà un salto in avanti a livello mediatico, facendola conoscere a un pubblico sempre più vasto. E stimolando la qualità.

Un percorso, a pochi chilometri da Grado, che viticoltori e ristoratori del luogo hanno saputo valorizzare. Come Franco Clementin, che ora assieme al figlio Antonio, ha sviluppato la sua azienda vitivinicola, Fattoria Clementin, nata dai terreni paterni a Terzo di Aquileia, con l’acquisto di una cantina e dei suoi terreni vitati, a vista della basilica aquileiense, alle porte della città romana provenendo da Grado.

Clementin, è presidente della DOC Friuli Aquileia. E da sempre sostiene l’idea promossa dall’Associazione culturale La Riviera Friulana. Perché il suo motto è ‘l’unione fa la forza’. Ha sostenuto da sempre che la proposta di un gruppo è in grado di valorizzare un’area. E che le azioni singole, anche se vincenti nella fase iniziale, nel caso cambino le regole del gioco rischiano di disperdersi nel messaggio globale. Come accade ora, a causa della pandemia che ha congelato i mercati di collocazione abituale del prodotto enologico del Vigneto Friuli. Del vigneto della Riviera Friulana.

“La situazione è a dir poco surreale”- commenta Franco Clementin. “Ci troviamo comunque a lavorare i campi, a coltivare le viti, a completate tutti i passaggi per mettere in sicurezza le produzioni per la prossima stagione, mentre il mercato è tutto fermo. E il frutto del nostro lavoro, della vendemmia 2019, è fermo in cantina: è come se la storia lunghissima di Aquileia si fosse momentaneamente fermata. L’auspicio è che tutto questo duri poco. Che si riesca a trovare un sistema per ripartire, pur mantenendo la salute al primo posto. Il nostro Consorzio enologico, la DOC Friuli Aquileia, che esprime la voce di un territorio ad alta vocazione, per il turismo culturale, ma anche per gli amanti della cultura del territorio, rappresentata anche dall’intera filiera rurale, orticola, ortofrutticola, agroalimentare e non solo vitivinicola, auspica che ci sia data una ‘chance’ per la ripresa effettiva. Ovviamente, quando ci saranno le condizioni per ripartire in sicurezza. Per noi come per i nostri ospiti ed estimatori. Nel frattempo, bisogna comunque riconoscere che l’agricoltura è riuscita a ritagliarsi lo spazio necessario per non rimanere paralizzata. Perché la lavorazione delle campagne non si può fermare. Mentre gli spostamenti ci sono concessi anche per le consegne a domicilio. Quindi, i contatti on line, sui social, la presenza sulla porta di casa per le consegne, rappresentano un modo per aiutarci a mantenere l’identità del territorio attraverso il contatto con i nostri amici, e costituisce per noi un vantaggio psicologico, uno stimolo ad andare avanti e a guardare con un po’ di maggior fiducia al futuro”.

Ecco, e il futuro?

“Il futuro è difficile, speriamo che ci venga fornito un aiuto per trascorrere questi mesi, per valicare la crisi. Il futuro è molto incerto, e occorre che tutti assieme recuperiamo la forza di rimetterci in gioco e di scendere in campo, che ci ha permesso di crescere fino a pochi mesi fa. Certo, ci vorrà del tempo per ripristinare le nostre realtà riportandole ai livelli di competitività che avevamo raggiunto. C’è da considerare che se qualche azienda di grosse dimensioni trova ancora sbocco per le sue produzioni nella grande distribuzione, che per ora è l’unico settore autorizzato alla vendita diretta, la struttura portante del Vigneto Friuli Venezia Giulia sono le piccole e medie imprese, quelle che portano lustro con il loro approccio con il lavoro, e riescono a creare un benessere qualitativo tra i visitatori topico della realtà regionale, che è il prolungamento dell’ambiente familiare. E per loro non è la stessa cosa. Anche i futuri scenari possibili, con la necessità del distanziamento sociale, e soluzioni pratiche realmente difficili da affrontare, non sono rassicuranti. Non solo, ma mancano soltanto quattro mesi alla vendemmia. Mi auguro, come auguro a tutti i nostri colleghi, che per quel periodo si riescano e svuotare le cantine dai prodotti dell’annata precedente. Ma temo che questo auspicio rimarrà tale. E che l’uva della vendemmia 2020 avrà una difficilissima collocazione, sia fisicamente, come per quanto attiene il ritorno economico delle produzioni. Anche il valore delle uve temo scenderà ai minimi storici. Mi auguro di essere smentito dai fatti, ma i dubbi e le incertezze sul prossimo futuro sembrano essere sempre più fondati”.

Esiste un antidoto?

“Occorre innanzitutto una valutazione realistica della situazione. Le autorità competenti ci debbono continuare ad aggiornare sulla situazione con dati certi e inconfutabili e con la massima trasparenza. Senza nascondere nulla. Per consentirci non dico di programmare, ma di provare a progettare un futuro. Il contadino, l’uomo che lavora la terra, è una figura che per la sua cultura verso il territorio non molla mai, non lascia nulla di intentato. Poi, è il momento di condividere il percorso della ripartenza, che deve vedere unito tutto il mondo rurale e agroalimentare. Gettando al vento individualismo e campanilismi. Occorre ritornare alla condivisione di un percorso, alla cooperazione, al rafforzamento delle rappresentanze che però debbono essere unite lungo un cammino comune”.

Si tratta di concetti, e di un progetto di recupero, crescita, sviluppo, che hanno sempre contraddistinto le scelte di Franco Clementin, nella consapevolezza che occorre costruire migliorando il passato, come aveva fatto suo padre rispetto al lavoro del nonno, come ha fatto lui stesso rispetto alle basi gettate da suo padre. Come farà suo figlio Antonio, sviluppando Brojli, la realtà che Franco ha saputo creare ad Aquileia. Un concetto, quello della trasmissione familiare d’azienda, che la Regione ha acquisito sostenendo la continuità familiare nelle aziende agricole, e l’imprenditorialità giovanile.

“A fronte di tutto questo – prosegue Franco Clementin – è bene che anche le piccole aziende si attrezzino verso un percorso condiviso, perché se finora sussistevano le condizioni per poter procedere a valorizzare singolarmente le proprie qualità e vocazioni, questa crisi ha cambiato le regole del gioco, e la concorrenza è diversa e articolata”.

Servono reti d’impresa, come evidenzia Clementin, e la comunicazione in rete per presentare una realtà coesa, integrata, che ha una valenza perché rappresenta un territorio, come il concetto di Riviera Friulana: forse, non si tratta dell’arma vincente, ma può facilitare il recupero di un mercato che per ora è congelato alla GDO e alle consegne a domicilio.

“Tutte le aziende che prima commercializzavano i vini all’estero – ricorda Clementin – ora puntano al mercato italiano. Ognuna con le proprie potenzialità e i propri canali, qualcuno più costoso, altri meno, secondo le proprie logiche aziendali… Ma anche in questo caso, a farne le spese sarà il valore di mercato”.

Come vive Aquileia questo momento drammatico?

“Il fatto di non vedere un’auto straniera ci crea una tristezza infinita” – commenta con amarezza Franco Clementin. “Il loro arrivo scandiva la primavera, l’arrivo della Pasqua, della Pentecoste, segnava l’inizio di una nuova stagione di contatti, ripristinava la possibilità di trasmettere le carature del nostro territorio. Segnava il ritorno, anno dopo anno, di quel turismo di qualità che caratterizza la Riviera Friulana, da Grado a Lignano lungo tutto il retroterra del litorale adriatico. Qui da noi, arrivava ancora il turista che vuole conoscere, assaggiare, degustare, mangiare, assaporare, soggiornare nelle nostre realtà. Una ricchezza, una possibilità di arricchimento anche interiore e di esperienze anche per tutti noi, e che quest’anno ci mancherà. Ma che speriamo si possa ripristinare presto”.

Le prospettive nell’immediato?

“Sta nel turismo locale, costituito da chi ha l’appartamento al mare o nel retroterra, la barca, e che si muove ma vuole riassaggiare i nostri prodotti. Ma speriamo di poter riavere al più presto anche i degustatori stranieri, non solo dall’Austria e dalla Germania, ma anche dalla Slovenia, dall’Ungheria. Più difficile che in tempi brevi o ragionevoli ritornino gli olandesi, i danesi, gli svedesi, i norvegesi, proprio per i problemi legati agli spostamenti che potranno essere limitati. Fino allo scorso anno, già a metà primavera avevamo i campeggi pieni di questi turisti che scendevano perché non aspettavano altro che di vedere il sole e visitare il nostro territorio. E conoscere, assaggiare, acquistare i nostri prodotti”.

Ritornare ad avere i turisti locali e italiani, per il presidente della DOC Friuli Aquileia potrebbe rappresentare una nuova sfida orientata a migliorare ancora la qualità dell’accoglienza. E a ritarare l’offerta dell’intero sistema e della filiera della Riviera Friulana.

Nel quale, prosegue –“le nostre città d’arte ci danno una mano a creare attrattività. Anche verso le bellezze del territorio: il fascino di camminare sulle dighe e gli argini della laguna, poter visitare i piccoli abitati di queste terre”…

La ricetta per riconquistare questo turismo ‘lento’?

“È sempre la stessa, e fa parte del nostro DNA: l’accoglienza con un sorriso, la stretta di mano se si potrà dare o un altro segno di amicizia equivalente, un calice di vino e un brindisi con il calore dell’ospitalità friulana. Poi, se vorranno portarsi a casa i nostri vini o soffermarsi a dormire nelle nostre realtà, sarà tanto di guadagnato per il futuro, perché vorrà dire che li abbiamo conquistati, o abbiamo riconquistato la loro fiducia”.

E in attesa di ripartire?

“In vari settori sono già iniziate on line diverse forme di coordinamento, per esempio a Grado, per lo scambio di suggerimenti e proposte, per non farci trovare impreparati. Ma principalmente, attendiamo le prescrizioni da parte delle autorità. Forse, realtà come la nostra e tante altre della zona che hanno attrezzato spazi di degustazione all’aperto potranno essere favorite per una riapertura più rapida, perché potranno garantire più facilmente il rispetto delle prescrizioni. Ma occorrerà che ci dicano quante persone si potranno raggruppare, per le degustazioni, o gli eventi come quelli che abbiamo organizzato con la Riviera Friulana: 2, 10, 20, 40 persone? Finché non ci daranno risposta a queste legittime domande, ogni programma, ogni tipo di previsione organizzativa sarebbe azzardato. Potremmo assicurare per la fine della primavera un’alternativa all’accoglienza nella ristorazione, con forme più genuine e semplici, ma in grado di rappresentare una fase di passaggio concreta verso un ritorno alla normalità possibile, compatibilmente con la prudenza”.

Carlo Morandini